Non so da dove cominciare.
Forse dalla fine, da questa manta di luce che mi viene incontro nell’oceano della notte. È Seulo quando scende il buio, Seulo vista dalla collina di fronte, da dove scrivere mi viene così facile.
Sono tornato a Seulo con la scusa di assistere alla festa di Su Prugadoriu, nel paese di fianco, Seui, ma l’avrei fatto comunque; allargando e di molto il compasso del mio peregrinare sardo, dai miei amici di Seulo ci sarei venuto comunque.
Perché sento che cominciano a volermi bene come io ne voglio a loro. Lo vedo negli sguardi inteneriti, il milanese è tornato, allora qui gli piace davvero. Lo capisco dal tempo che mi dedicano: oggi è domenica e si commemorano i defunti, eppure nessuno ha fretta nel salutarmi.
Ci sono stato al cimitero di Seulo, stamattina, prima di incontrare Giovanni ed Enrico al bar. Volevo far parte dell’abbraccio d’amore che i seulesi regalano a chi non c’è più, vivere la loro dolce nostalgia.
Il cimitero è piccolo, ma illuminato dal sole brillava come un diamante incastonato nei boschi. Camminando lento tra le tombe raccoglievo brandelli di conversazione dei parenti in visita. Tantissimi erano seulesi trasferiti altrove, in Sardegna, in continente, in Germania, volati quaggiù a onorare genitori e nonni.
Tra loro Piergiorgio e Gemma, cagliaritani di San Sebastiano, con cui imbastisco una chiacchierata sul senso di alcune lapidi appoggiate contro un muretto: sono in transito dal vecchio cimitero, ma si sono dimenticati le salme.
Registrata la prevalenza schiacciante dei Murgia, dei Ghiani e dei Locci tra i cognomi locali, ho salutato Piergiorgio e Gemma e mi sono spostato al bar sotto la caserma dei Carabinieri.
Sulla strada incontro Zio Giovanni, che non è zio di nessuno e di tutti. L’avrei cercato io, perché a luglio mi ha regalato un flautino di canna fatto da lui, su sulittu. Ci facciamo le feste, poi Zio Giovanni incammina i suoi novantadue anni verso il cimitero.
Poche centinaia di metri e ho raggiunto il bar.
Giovanni è al bancone e squaderna all’istante il sorriso gioviale. Giovanni è il direttore dell’Ecomuseo di Seulo. Mi racconta delle belle iniziative con cui coinvolge i giovani nell’attenzione verso il territorio e la comunità. Gli racconto delle mie presentazioni in giro per l’isola. Naturalmente mi offre da bere.
Si congeda, deve accompagnare la madre al cimitero, e il testimone dell’ospitalità passa a Giuliano, il quale mi riconosce e mi chiama per nome: certo, sono quello che a luglio ha parlato di Seulo e del suo libro in piazza.
Lo riconosco anch’io, a fine presentazione avevo terminato le copie e lui mi aveva pagato il libro sulla fiducia che prima o poi, in qualche modo, gli sarebbe arrivato.
Il libro gli è arrivato, tra famiglia e lavoro ha mille impegni, ma lo sta leggendo.
Intorno a me e a Giuliano si è formato un gruppetto di uomini sui sessanta. Uno mi guarda insistentemente, sa bene chi sono e credo aspetti che io mi ricordi di lui. Gli occhi ambrati vividi penetranti mi aiutano. Sono gli stessi dell’uomo incontrato sulla collina Taccu quest’estate, che mi ha parlato delle sue bestie e delle case costruite coi fratelli. Mi esce senza troppa convinzione un Michele: sì, è Michele, il fratello di Stefania.
Stefania è l’angelo che mi ospita a ogni mio ritorno a Seulo. Sono andato da lei dopo aver bevuto un vermentino, naturalmente offerto da Giuliano. Stefania è un’anima buona e io le anime buone le devo stringere a me, mescolarmici.
Ci abbracciamo e ci raccontiamo gli ultimi tre mesi. Lei che accudisce babbo e fratello, io che sfrutto il libro per drogarmi di Sardegna. Poi mi dà quanto ricavato dalla vendita di alcune copie che le avevo lasciato, anticipandomi anche l’importo di quelle ancora invendute, tanto lo sa che qualcuno gliele chiederà. È fatta così, Stefania, se può aiutare aiuta.

Ancora gonfio dell’incontro con Stefania, alle due sono salito al ristorante di Cristina, Marco e Patrizia, mi hanno tenuto un tavolo in una sala strapiena.
Al Miramonti non si mangia, si vizia il palato. Cristina frulla le gambe da un tavolo all’altro con una parola e un sorriso per tutti. Riesce perfino a chiedermi di me, dei miei viaggi, mentre arrivano comande da ogni commensale. Quest’anno non andrà in Tanzania a portare l’acqua nei villaggi, non c’è chi la sostituisce al ristorante; ma l’Africa le manca, le mancano i bambini e i tramonti, l’anno prossimo ci torna.Dopo pranzo, pranzo di guanciale, salame, melanzane, carciofi e maialetto, sono tornato in paese da Piergiorgio e Gemma. Sì, perché al cimitero si erano interessati al libro e avevo lasciato loro una copia in visione: se piaceva la tenevano, altrimenti la riprendevo senza che si sentissero moralmente obbligati a comprarla. L’hanno sfogliato e il libro li ha intrigati, così sono andato a firmarglielo.
Piergiorgio e Gemma mi accolgono nel salotto-museo di una casa-museo di cinque piani, appena sopra la piazza del paese.
Mi offrono le peschine, savoiardi tondi ripieni di marmellata, parliamo di Sardegna.
Godrei della loro garbata e colta compagnia per ore, ma mi aspettano a Oristano e fra poco fa buio e la strada è quella butterata per Villanova Tulo e danno pioggia a breve. Firmo con enorme piacere la loro copia e li saluto con l’impegno di andarli a trovare a Cagliari.
Nel rientrare alla collina di Taccu, dove recuperare le mie carabattole, sono passato davanti al Presutu. Luisa si sbraccia e mi viene incontro che quasi la investo: le hanno prestato il libro ma vuole la sua copia personale con la mia dedica. Parcheggio malissimo lo scooter ed entro al Presutu, dove lavora il marito di Luisa, Massimiliano. Massimiliano sta chiacchierando con una coppia di Jerzu in gita a Seulo; mi vedono firmare la copia di Luisa, sì, ho scritto un libro sulla Sardegna e lo vogliono anche loro.
Torno allo scooter, prelevo un’altra copia dal bauletto e la dedico a Rosanna e Mario, il quale Mario è assessore alla cultura di Jerzu, e devo portare il libro anche da loro al più presto.
Passa un’ora da che dovevo restare cinque minuti. Luisa mi rimpinza di dolci locali, Massimiliano mi fa un caffè, quello bevuto al Miramonti per affrontare sveglio la strada verso Villanova è bello che evaporato.
A fatica sono uscito dal Presutu, buio pesto e sulla via per Taccu è cominciato a piovere: a scendere con questo tempo sulla strada per Villanova deraperei al primo tornante, precipitando nelle viscere della barbagia di Seulo.
Chiamo Davide: no, non ce la faccio a venire a Oristano, meglio dormire a Seulo e partire domattina. Davide mi aspettava, ma è un amico e capisce. E poi le conosce le strade interne della Sardegna, non mi vuole avere sulla coscienza.
E dunque sono rimasto a Seulo, nella casetta di Stefania, al calduccio di una stufa a pellet, con la manta che mi viene incontro nell’oceano della notte mentre scrivo, commosso.

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