Ora guido nel semibuio colloso della SS 198, in cerca di un piatto caldo; tra Ussassai e Seui non ci sono case e tantomeno ristori, tocca ammansire lo stomaco ancora per un po’.
All’ingresso di Seui incrocio una coppia di anziani davanti a un villino: mi ospiterebbero loro a cena ma sono vecchi e hanno poche cose, più avanti forse è ancora aperta la trattoria, come si chiama? ah sì, Bar degli amici, dove c’è la farmacia, dall’altro lato però.
Rincorro le curve di Seui e mi ritrovo sotto a una croce verde, giro la testa e vedo due ragazzi seduti a un tavolino di plastica davanti a una vetrina con la saracinesca a metà. È il Bar degli amici, lo dice l’insegna appena sopra, e sta chiudendo.
Parcheggio male lo scooter e mi infilo sotto la saracinesca sbucando in una saletta marrone, a destra il bancone del bar, a sinistra un flipper e una slot machine. Al bancone un uomo grosso e squadrato sta sistemando le bottiglie degli amari: non è un problema mangiare qualcosa, la madre oggi ha fatto la pecora in umido e i culurgiones. Sui culurgiones abbiamo già dato, vada per la pecora. Solo una cosa, dove mi siedo?
L’uomo sguscia dal bancone e in silenzio mi conduce in una seconda saletta nascosta da una porta a spinta, in fondo alla quale si apre un balcone minuscolo gravato da due tavolini già apparecchiati. L’uomo mi fa cenno di sedermi, io obbedisco.
Nel buio delle nove e mezza dal balcone intravedo una profonda scarpata e dalla parte opposta il bastione che sostiene la SS 198, a Seui personalizzata in via Roma, come la SP 8 a Seulo, rigurgiti di toponomastica littoria.
Come faccio per aprire il quaderno e scrivere di Caddargiu e Sini, un secondo uomo grosso e squadrato sfida col proprio peso la tenuta del balcone. È chiaramente il fratello del primo, stesso viso atono, stessa mole alla Cannavacciuolo, soltanto un flo più loquace, nel senso che accompagna i gesti perentori con qualche parola. Per esempio, ora mi piazza la pecora sotto il naso precisando che l’ha cucinata sua mamma, dettaglio già acquisito in precedenza ma di cui gradisco la goffa cordialità.

Il piatto gronda di carne ovina che quasi tracima sulla tovaglia, in pratica mamma c’ha messo dentro una pecora intera, a pezzi. Però è saporita e magra, ne mangio la metà e ottengo dal fratello più espansivo di mettere il resto in una doggy bag (non dico doggy bag, ma ci capiamo), sarà il mio pranzo sul patio di Lugori al penultimo giorno di Seulo.
Intanto sul balcone è atterrata una coppia: sono le dieci, Seui come il Quartiere latino a Parigi, non chiude mai. Io però sì, ho ancora mezz’ora di Beverly sulle strade scure e bitorzolute di Barbagia, con un quarto di Cannonau e mezza pecora da digerire; se non mi muovo adesso, i fratelli dovranno superarsi in ospitalità, tipo piazzando una branda per lo straniero davanti al flipper.
Mi alzo proprio nel momento in cui si palesa mamma Cannavacciuolo: mi ha portato i dolcetti, ci teneva a farlo di persona, stranieri qui se ne vedono pochi. La ringrazio, mi risiedo e mi godo il dessert, le luci diafane di Seui a illuminare via Roma. A come raggiungere Seulo da ubriaco e satollo ci penserò dopo.
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