Succede che da downtown prendo il 38 per raggiungere il Museo dell’Arte di Philadelphia. Sono carico come uno sherpa – trolley, zaino grande, zaino piccolo, piumino e thermos – dopo le meraviglie di Cezanne, Van Gogh e soci devo precipitarmi a Market Street e imbarcarmi per Washington DC.
Sulle valigie adotto un metodo numerico, quanti colli ho? Cinque, e cinque devono essere, sempre. È semplice, sennonché, per sedermi sul 38 mi sfilo lo zaino piccolo dalle spalle e lo appoggio sul sedile di fianco.
Arriva la mia fermata, raccatto trolley, zaino grande, piumino e thermos, ma non lo zaino piccolo: nella mia testa mononeuronale ce l’ho ancora sulle spalle, quindi non lo conteggio. Quindi non lo considero. Quindi non lo prendo.
Scendo, in quel momento la mia strada e quella dello zaino piccolo si separano, io ho un appuntamento con Monet, lui con il capolinea del 38, una settantina di miglia più a nord.
Che qualcosa non torna me ne accorgo un nanosecondo dopo che si chiudono le porte dell’autobus. Realizzo e comincio a inseguirlo: il mezzo è lento ma io di più, certo, corro sulle scalinate di Rocky ma qui sono zavorrato dai bagagli e il 38 vola via come nell’ultima scena del Laureato.
Fallita l’utopica rincorsa al bus, mi sale una rabbiosa disperazione: nel corpo dello zaino piccolo avevo GoPro, powerbank, quaderno e maglietta del concerto dei Waterboys a Listowel. Più che economico, valore sentimentale. Ma nella tasca esterna del fottutissimo zaino piccolo avevo soldi e documenti, cioè proprio i dollaroni, le carte di credito, la patente e il passaporto. Cazzo.
L’unica è tornare a inseguire il 38, ma con un veicolo a motore. Sperando che nel frattempo nessun passeggero si accorga dello zaino… sì, vabbè! Accosto un SUV fermo davanti all’ingresso laterale del museo, spiego il dramma all’uomo al volante, il quale mi invita a caricare tutto in macchina e salire. L’uomo è nero, nulla di strano, metà della gente di Philadelphia è nera, forse anche più della metà (a tragedia conclusa, scoprirò che è di Haiti, fa l’UBER e si chiama Handy, praticamente mio omonimo ma più… maneggevole).
La mia idea è seguire il tracciato del bus, raggiungerlo, superarlo e tagliargli la strada come nei polizieschi. Poi intimare all’autista di aprire le porte e, a meno che lo zaino piccolo non sia ancora in bella vista sul sedile – sì, vabbè – perquisire i passeggeri finché non si ripalesi.
Handy ha un’idea diversa, prendere la highway e incrociare più in là il percorso del 38, così da aspettarlo a una delle fermate successive. Il guaio è che l’idea è già realtà, siamo sulla highway e il bus viaggia verso tutti altri lidi, almeno così dice Google maps. E chissà quante mani stanno frugando nello zaino piccolo.
Al terzo svincolo Handy esce, addomestica un paio di curve e piazza il SUV sull’itinerario del 38, accostando all’altezza di una fermata. Bella mossa ma il bus di qui sarà già passato. E i miei averi saranno nelle tasche di qualcuno che starà ringraziando il suo dio per la manna inaspettata.
Invece no, dopo cinque minuti compare la sagoma amica del 38, mi sbraccio senza motivo, si deve comunque fermare. All’apertura delle porte mi scapicollo al sedile e, toh guarda, lo zaino piccolo non c’è. Sparo l’ultima cartuccia con l’autista, non è che l’ha trovato lui? Sì, è un piccolo zaino blu, sì, esattamente come quello appeso al gancio vicino al volante: strano, due zaini in tutto e per tutto identici, il mio e il suo… ah, è il mio? Ah, glielo ha portato una signora dopo che sono sceso?
Non so cosa dire, sto per piangere dal sollievo, ma l’autista deve ripartire quindi bando ai convenevoli, non c’è modo di rintracciare la signora per ringraziarla? Magari potrei mandarle un panettone a Natale…
Handy mi accoglie ridendo con bello in vista il pollicione dell’okay. Lo abbraccio una prima volta, poi mi riaccompagna al museo e lo abbraccio una seconda, pretendendo il suo numero di cellulare, io con un uomo così voglio, devo, restare in contatto. Cioè, non so se si è capito: Handy stava aspettando un cliente, lo ha sfanculato al telefono per partire alle crociate con me, ha azzeccato la manovra d’aggiramento, ha aspettato con me il 38, mi ha riportato indietro e non ha neppure voluto i dieci dollari che timidamente gli ho porto, era suo dovere aiutare una persona in difficoltà, così ha detto rifiutando la mancia pure un po’ patetica.
Tra pochi giorni sua moglie lo raggiungerà a Philadelphia da Haiti, per un po’ vivranno di UBER, poi lei troverà un lavoro e si compirà il loro sogno americano. Glielo auguro di cuore.
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